venerdì 24 giugno 2011

ANONIMO

DOMENICA
Come odio la domenica
Migrante dei desideri
Pigra mentre scorre veloce
Odio la domenica per il suo tempo sospeso
La rimpiango mentre si fa lunedì


La poesia è linguaggio mai banale, assorta contemplazione, sguardo rivolto a se stessi, ma anche al mondo. Può quindi farsi riflessione dolente e meditabonda, esprimere un grido, o un’estasi, o anche un’invettiva. La poesia esce da mille ruscelli dell’anima e dalla vita quotidiana; la si trova su un ritaglio di giornale, su libri preziosi o, magari, su una pagina web. Le poesie che pubblichiamo oggi sono di Anonimo. Colpiscono le immagini utilizzate e la capacità di evocare sentimenti e desideri. Un senso nascosto delle cose, quieto, sensuale

TI AMO
Ti amo come luce sottile si infiltra al mattino
con lamelle dorate
e avvolge di me di te
ciò che il mondo suggerisce

IO E TU
Io sono scrigno e tu ladro,
sono acqua e tu corallo.

VORREI CHE TU SAPESSI
Vorrei che tu sapessi 
Il mio desiderio incorrotto
La mia fede ridestata 
Come schegge di corteccia 
Nel sole giovane che adesso adombra  
Collina, campo e sentiero   
Amore adesso abiti  
memoria e presente

venerdì 17 giugno 2011

Wolfgang Goethe

Che cosa sono, a che cosa servono, le poesie? si chiedono taluni, con una punta di disprezzo verso tutto ciò che non è “pratico”, che non “serve”. In questa sorta di parabola in versi, un grande poeta, Wolfgang Goethe, paragona le poesie alle vetrate di una chiesa. Perché possano risplendere alla luce del sole, e mostrare, così, le loro belle immagini, occorre che il passante entri nella chiesa e non si accontenti di una impressione esterna e fuggevole. la morale? La poesia dice poco o nulla al distratto e al presuntuoso, ma dice tutto a chi la sa interrogare con amore e con pazienza. Commenta Benedetto Croce, traduttore d’eccezione della poesia :
“Arma l’uomo di coraggio per le battaglie della vita”.


Son simili a finestre istoriate
le Poesie: finestre che, guardate
da la piazza a la chiesa, apron sui muri
una fila di buchi nudi e scuri.
E le guarda così la buona gente,
e dice poi che non ci vede niente.
Ma su, una volta alfine, penetrate
per la porta nel tempio, e là guardate!
Ecco, figure e scene, e cielo e mare,
tutto nei vetri luminoso appare.
Creature di Dio, semplici e liete,
gli occhi allegrate e l ’anima pascete!

venerdì 10 giugno 2011

PERCHÉ TI AMO- Hermann Hesse - T’AMO - Pablo Neruda

Ha scritto Josephine Hart, autrice de «Il danno», libro che ebbe un successo straordinario legato anche alla trasposizione cinematografica diretta da Louis Malle e interpretata da Jeremy Irons e Juliette Binoche: «La poesia, questa trinità di suono, senso e sentimento, è capace di dare voce all'esperienza ben al di là di qualsiasi altra forma letteraria». Pensiamo all’amore, e a quanto sia sottile la linea di confine tra parole di maniera ed espressione poetica. Pensiamo al dolore, e a come la poesia possa donare conforto ed aprire spazi di luce. Infatti, proseguiva Hart, i versi dei grandi poeti le avevano fornito, da ragazza, «una mappa con cui affrontare le strade della vita». Oggi leggeremo parole poetiche d’amore, con una particolarità: sono tutte scritte da uomini.

PERCHÉ TI AMO- Hermann Hesse
Perché ti amo, di notte son venuto da te
così impetuoso e titubante
e tu non me potrai più dimenticare
l'anima tua son venuto a rubare.
Ora lei e' mia - del tutto mi appartiene
nel male e nel bene,
dal mio impetuoso e ardito amare
nessun angelo ti potrà salvare.


T’AMO - Pablo Neruda
Non t'amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t'amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l'ombra e l'anima.
T'amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.
T'amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t'amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

venerdì 3 giugno 2011

CAMBIA DITTA Giovanni Giudici

Difficile parlare di un poeta come Giovanni Giudici, recentemente scomparso, in poche righe. Giornalismo, poesia e traduzioni: di Ezra Pound, Robert Frost, Sylvia Plath e Aleksàndr Puskin. Giudici non aderì mai ad un certo ermetismo novecentesco: al contrario, la sua poesia è descrittiva, la sua lingua è piana, entrambe coniugate con la capacità di aderire alla realtà concreta, personale e sociale. Diceva di sé: “un ligure diseducato a Roma e poi redento a Milano". E’ fondamentale, nella sua vita, l’incontro con Adriano Olivetti e con il suo progetto imprenditoriale, umano e culturale di fabbrica e di comunità: dapprima a Ivrea, dove lavora nella biblioteca dell’azienda e al settimanale «Comunitá di fabbrica», poi a Torino, per partecipare a "La via del Piemonte", diretto da Geno Pampaloni, infine a Milano, dove entra nella Direzione Pubblicità e Stampa della Olivetti. Ricorda Furio Colombo: “Forse non è mai esistita la piccola stanza al settimo piano, con due scrivanie accostate e due poeti al lavoro. Era l’ufficio Pubblicità, lo si vedeva dalle bozze di manifesti sui muri. E i due poeti al lavoro erano Franco Fortini e Giovanni Giudici”. Che scriveva, dice sempre Colombo, con “uno sgorgare semplice di parole che sembravano frutto della natura. Ma solo dopo ti rendevi conto che la sua poesia era una casa, con un fuori semplice e un dentro dove abitavano nostalgia e dolore”. La dimensione del lavoro, quindi, come elemento importante della poetica di Giudici. Leggiamo:

CAMBIA DITTA

Non puoi cambiarti, ma almeno cambia ditta,
Il posto di lavoro è più che una metà
(Inutilmente resisti) della tua anima:
E quante cose per te cambieranno!
Avranno altri volti e strade le tue mattine,
T’illuderai quasi di aver cambiato città,
Di avere davanti una vita. Un nuovo gergo
Imparerai nelle file dei nuovi conservi:
Ti ci vorranno due mesi per scoprirlo banale.
E poi nuovi padroni, nuove regioni dei tuoi nervi
In evidenza agli uffici del personale,
Nuovi prodotti e una nuova misura
Di quel che è bene e male - ed infine te stesso
Di cui tutti diranno che sei nuovo.
Annuncerai ai lontani la tua novità:
«Questa mia è per dirti che adesso mi trovo…».
Giovanni Giudici


Ancora Colombo: “Quando Adriano Olivetti, come premio per il suo lavoro, lo nominò dirigente, Giovanni Giudici disse: ‘No grazie, io sono un impiegato’. Era Italia, poco fa”.