venerdì 30 dicembre 2011

TI RICORDO COME ERI - Pablo Neruda

Poiché c’è bisogno di amore, chiudiamo l’anno 2011, che tanti affanni ha portato con sé, dedicandovi una poesia tra le più belle di Pablo Neruda. Grande poeta cileno, Neruda (il cui vero nome era Neftalì Ricardo Reyes) fu diplomatico, uomo politico, esiliato, premio Nobel nel 1971 per la letteratura. Morì nel 1973, a Santiago del Chile, subito dopo il colpo di Stato fascista del generale Augusto Pinochet.

TI RICORDO COME ERI
(Venti poesie d'amore...,VI)
Ti ricordo come eri nell'ultimo autunno.
Eri il berretto grigio e il cuore in calma.
Nei tuoi occhi lottavano le fiamme del crepuscolo.
E le foglie cadevano nell'acqua della tua anima.
Stretta alle mie braccia come un rampicante,
le foglie raccoglievano la tua voce lenta e in calma.
Fuoco di stupore in cui la mia sete ardeva.
Dolce giaciglio azzurro attorto alla mia anima.
Sento viaggiare i tuoi occhi ed è distante l'autunno:
berretto grigio, voce d'uccello e cuore di casa
verso cui emigravano i miei profondi aneliti
e cadevano i miei baci allegri come brage.
Cielo da un naviglio. Campo dalle colline:
il tuo ricordo è di luce, di fumo, di stagno in calma!
Oltre i tuoi occhi ardevano i crepuscoli.
Foglie secche d'autunno giravano nella tua anima.
Pablo Neruda

venerdì 23 dicembre 2011

TANTI DICONO DI NOTTE - Emily Dickinson

Emily Dickinson (nata e morta ad Amherst, 1830 – 1886) fu poeta grandissima, quasi non di questo mondo. Disse di suo padre: “E’ troppo impegnato con le difese giudiziarie per accorgersi di cosa facciamo. Mi compra molti libri ma mi prega di non leggerli, perché ha paura che scuotano la mente”. La vertigine che si prova leggendo i suoi versi ha poche corrispondenze. Solitaria, aveva una folla nel cuore; nubile, seppe l’amore come poche e pochi altri; vissuta sempre in disparte, esprimeva una contezza delle cose del mondo che ha dell’angelico. “La Verità deve abbagliare gradualmente/O tutti sarebbero ciechi “. Grande Emily, di cui pubblichiamo una poesia stupenda, come dono di Natale.


TANTI DICONO DI NOTTE
Tanti dicono di notte buonanotte;
io dico buonanotte quando è giorno.
Mi dice arrivederci chi va via.
Rispondo ancora buonanotte, io.
Perchè il distacco, quello si è la notte,
e la presenza, nient'altro che l'alba;
quel colore di porpora nel cielo
che si chiama mattino.
Emily Dickinson

venerdì 16 dicembre 2011

A MIO PADRE - Camillo Sbarbaro

Camillo Sbarbaro, uno dei più delicati poeti del Novecento, ricorda, nel componimento che presentiamo, due episodi della fanciullezza di cui fu protagonista suo padre, e dice che, proprio per quello che gli vide fare, proprio per l’anima di fanciullo che egli scorse nell’uomo già adulto, lo amerebbe anche se non fosse suo padre. Tra le nature più fortunate che possano esistere al mondo è infatti quella di chi riesce a serbare il cuore fanciullo anche nell’età matura; di chi riesce a mantenere intatta la capacità dgli entusiasmi, dei moti giovanili. Possono stare insieme bene la maturità del pensiero e la giovinezza del cuore: anzi, questo è il modo migliore per mantenere fede alla vita e per incontrarsi meglio con i giovani. Camillo Sbarbaro si è spento nell’ottobre del 1967.


A MIO PADRE
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t'amerei.
Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
che la prima viola sull'opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell'altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l'attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l'avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t'amerei

Camillo Sbarbaro

venerdì 9 dicembre 2011

IL MIO NOME NON È RODRIGUEZ - Luis J. Rodriguez

Oggi parliamo di un autore per molti versi straordinario, Luis J. Rodriguez. Nato a El Paso, Texas, nel 1954, figlio di immigrati messicani, trascorre un’adolescenza burrascosa, ma, proprio in quel periodo, inizia a scrivere versi, di grande forza e vigore. La sua opera è stata più volte premiata. La poesia che vi proponiamo si intitola "My Name's Not Rodriguez" (Il mio nome non è Rodriguez), la traduzione è di Raffaella Marzano.

IL MIO NOME NON È RODRIGUEZ
Il mio nome non è Rodriguez.
È un sospiro di piedi che si arrampicano,
l'affanno della bramosia dell’ oro,
la religione del mercante di schiavi
aggrappata con mani storpie alla coda dell’invidia.
Il mio nome non è Rodriguez.
È il pianto silenzioso di una madre indiana,
la saliva di un guerriero sulla punta di una freccia, l’artiglio di un giaguaro,
le forme seducenti di una donna sulla roccia vulcanica.
Il mio vero nome è la cenere della memoria di alberi arsi.
È il bambino di tre anni che vaga nella pianura
e viene ucciso da un Cavalleggero degli US durante
il massacro di Sand Creek.
Sono un urlo di Geronimo nei canyon degli Antenati.
Sono lo scout comanche; lo sciamano Raramuri
con la bandana sporca che corre sotto la pioggia battente.
Mi chiamano Rodriguez e le mie lacrime lasciano fiumi di sale.
Sono Rodriguez e la mia pelle si secca sulle ossa.
Sono Rodriguez e una risata malata mi entra attraverso i pori.
Sono Rodriguez e la follia di mio padre
mi blocca ogni via d’uscita,
calcinando le pareti di ogni casa.
Il mio nome non è Rodriguez; è una fibra nel vento,
è ciò che fu sommerso dagli oceani,
il gracile e sublime dei picchi delle montagne,
ciò che cresce rosso nelle sabbie del deserto.
È la vita che striscia, i respiri acquosi fra i davanzali.
È il tamburo teso e la danza del peyote.
È l’infuso fermentato delle inquietudini.
Non chiamatemi Rodriguez a meno che non vogliate dire
contadino o giardiniere,
a meno che non vogliate dire assassino di verità e becchino di speranze.
A meno che non vogliate dire dimentica e poi muori.
Il mio nome è il ragazzino col cappuccio nero che impugna una 9mm,
in una qualsiasi delle nostre strade.
Sono il monaco del braccio della morte. Il ragazzino di otto anni che vende
gomma da masticare nei bar e negozi di taco.
Sono senza permessi, senza assicurazione, senza regole, e senza perdono.
Sono libero e perciò affamato.
Chiamatemi Rodriguez e sanguinate per la vergogna.
Chiamatemi Rodriguez e dimenticate il vostro nome.
Chiamatemi Rodriguez e vedete se sussurro al vostro orecchio,
con la bocca sporca di vino amaro.

sabato 3 dicembre 2011

LA SCALA DI CRISTALLO Langston Hughes

Un giovane, di fronte alle prime difficoltà, si è rivolto sgomento alla madre. Lei, afroamericana, come l’autore, rivela al figlio che anche la propria vita è stata tutt’altro che facile, ma non per questo ha rinunciato. La sua scala non aveva gradini di cristallo, eppure per tutto il tempo ha continuato a salire; ed ancora va avanti, senza fermarsi, anche quando non trova spiragli di luce. Lo stile è piano e assorto, ma la consapevolezza è forte, in questa poesia di Langston Hughes, una delle voci più importanti della letteratura americana.



UNA MADRE AL FIGLIO
Bene, figliolo, te lo dirò:
la vita per me non è stata una
scala di cristallo.
Ci furono chiodi
e schegge
ed assi sconnesse,
e tratti senza tappeti sul pavimento -
nudi.
Ma per tutto il tempo
seguitai a salire
e raggiunsi pianerottoli,
e voltai angoli
e qualche volta camminai nel buio
dove non era spiraglio di luce.
Così, ragazzo, non tornare indietro.
Non fermarti sui gradini
perché trovi ardua l’ascesa.
Non cadere ora
perché io vado avanti, amor mio,
continuo a salire
e la vita per me non è stata
una scala di cristallo.

Langston Hughes

venerdì 25 novembre 2011

Saffo

O conchiglia marina, figlia
Della pietra e del mare biancheggiante
Tu meravigli la mente dei fanciulli

Un’immagine da favola, in cui una conchiglia, raccolta tra la spuma dell’onda marina, è vista con l’occhio stupito del bambino che scopre con animo puro le piccole meraviglie della natura. 

Già sulle rive dello Xanto ritornano i cavalli;
gli uccelli di palude scendono dal cielo,
dalle cime dei monti
si libera azzurra l’acqua e la vita
fiorisce e la verde canna spunta.
Già nelle valli risuonano
Canti di primavera


Torna la primavera, con i suoi fremiti di vita e di gioia. Per esprimere questo gioioso ritorno il poeta accosta delle immagini nitide e semplici. Due soli sono gli aggettivi: “azzurra” è l’acqua e “verde”  la canna. Tra questi due colori risuonano canti di primavera e tornano i cavalli a pascolare, sulla riva del fiume, e tutto è movimento e vita; l’acqua si libera dai ghiacci che la tenevano prigioniera, e la vita rifiorisce.


Tramontata è la luna;
tramontate sono le Pleiadi
è mezzanotte; l’ora passa;
e io sono qui, sola …
Gioia di vivere non ho più,
voglia di morire mi prende
e di vedere i loti freschi di rugiada
sulla riviera d’Acheronte
Vespero, stella d’amore,
di tutte le stelle tu sei la più bella.
Stella del vespero, tutto riorti
Quanto disperse la lucente aurora,
riporti l’agnello,
riporti il capretto,
riporti il figlio alla madre …


Non sappiamo di quali componimenti facessero parte questi frammenti di Saffo. C’è in tutti una grande semplicità e una purezza dell’immagine: poche parole bastano a creare un sentimento e a creargli uno sfondo naturale, ricco di suggestione, in un modo che ricorda la poesia più moderna. Eppure, siamo tra il VII ed il VI secolo avanti Cristo, lo stesso periodo in cui visse Alceo

sabato 19 novembre 2011

IO NACQUI CIECA - Edgar Lee Masters

Abbiamo già parlato dell’”Antologia di Spoon River” del grande poeta statunitense Edgar Lee Masters. Un cimitero in collina, ciascuna tomba un epitaffio: poche parole con le quali chi non è più (il poeta per loro) dice di sé qualcosa. Sulla collina riposa Lois Spears: la natura non le è stata benigna, era nata cieca. Ma il suo coraggio, la sua serenità, la sua gioia di amare e di essere amata avevano fatto di lei una donna forte e felice, una vittoriosa nella vita.


“Qui giace il corpo di Lois Spears,
nata Lois Fluke, figlia di Willard Fluke,
moglie di Cyrus Spears,
madre di Myrtle e Virgil Spears,
bimbi dagli occhi limpidi e il corpo sano-
(io nacqui cieca).
Fui la più felice delle donne
come moglie, madre e donna di casa,
curando i miei cari
e facendo della casa
un luogo d'armonia e di ospitalità generosa:
passavo per le stanze
e il giardino
con un istinto infallibile quanto la vista,
come avessi gli occhi sulla punta delle dita.
Gloria a Dio nell'alto dei cieli”.

venerdì 11 novembre 2011

BIONDO ERA E BELLO E DI GENTILE ASPETTO- Dante Alighieri

Questa volta parliamo di uno dei personaggi più famosi della “Commedia” di Dante, Manfredi. Nell’Antipurgatorio, sulla spiaggia che circonda l’altissimo monte nelle cui cornici le anime si purificano dei peccati commessi sulla Terra, Dante incontra una schiera di spiriti: uno di essi si rivolge al poeta e gli chiede se lo riconosce. È Manfredi di Svevia: egli narra la storia della sua morte e della sua salvazione col tono pacato di chi è passato dalla vana superbia della regalità alla consapevolezza della infelice condizione degli uomini, i quali, travolti dalle passioni, commettono “orribili peccati” e dimenticano il volto misericordioso di Dio. Dante dà alla vicenda di Manfredi un valore esemplare ed esprime in essa il senso della incipiente purificazione e del progressivo distacco del proprio animo dalle miserie della terra, nel momento in cui si accinge a salire, nella finzione poetica, il monte della purificazione, e conquista, nella realtà della sua vita, una superiore visione

Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.
Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: "Or vedi";
111e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.
Poi sorridendo disse: "Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice; […]
Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei […].
Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m’ hai visto, e anco esto divieto;
ché qui per quei di là molto s’avanza.

venerdì 4 novembre 2011

VETRINA - Maurizio Cucchi

Non è detto che la poesia debba parlare della realtà, ma non è vero che non ne parli. Anzi, la poesia è realtà. Il linguaggio poetico dice il nostro vivere quotidiano, ma – e sta qui la cosa importante - da un altro punto di vista. Non fa forse parte del mondo quotidiano l’amore? Non ne fanno parte il rimpianto, la contemplazione della natura, l’addio, la felicità, la quiete? Il linguaggio della poesia mette in luce un particolare minimo, o una particolare luce, come se del fiore godessimo del pistillo, o della sera incantata quella particolare lama di sole che illumina una crepa del muro o una goccia di rugiada. È evocatrice, la poesia. Ho pensato ad un componimento poetico, quando ho saputo della distruzione in Lunigiana ed alle Cinque terre. Una poesia di Maurizio Cucchi, che dice un’idea di borgo e paese, orgoglioso e vero. Come quelli andati distrutti. Che troveranno in quell’”altrove ovunque” la forza di ricominciare. Tutti dovrebbero ascoltare e leggere poesia. E anche … “I politici dovrebbero ascoltare artisti e poeti perché sono il termometro del tempo”. Non ci credereste mai: sono parole di Karl Marx.

“Ma il borgo della mente è fonte fissa,
muri di via Varè, di via Candiani,
tra le pozzanghere, i cortili e l’officina
di Luigi Cucchi.
Via Verità, e la desolazione
onirica del borgo, orgoglio,
verità senza bellezza
che espone all’orizzonte la sua sottostoria
in un recinto fradicio,
in un altrove ovunque
non degno di memoria: impassibile,
senza pietà”.

venerdì 28 ottobre 2011

UN OMAGGIO A ANDREA ZANZOTTO - Giuliano Scabia

Andrea Zanzotto, grande poeta nato a Pieve di Soligo, in provincia di Treviso, è scomparso a una settimana dal compimento dei suoi novant'anni. Fu poeta di lingua «aspra e chioccia», irta e frusciante, che si muove, in lui poeta novecentesco, tra Dante e Petrarca. Poeta dai grandi temi: amore e morte, coraggio e paura, la vita come una serachiusascura: «Salti saltabecchi friggendo puro-pura / nel vuoto spinto outré / ti fai più in là / intangibile - tutto sommato - / tutto sommato / tutto / sei più in là / ti vedo nel fondo della mia serachiusascura / decedi verso / nel tuo sprofondi / brilli feroce inconsutile nonnulla / l'esplodente l'eclatante e non si sente /
nulla non si sente / no sei saltata più in là / ricca saltabeccantelà/L’oltraggio».
L’identità e la soggettività del poeta, e un’altra grande domanda della grande poesia: chi sono, io?


“[…] da tutto questo che non fu
primavera non luglio non autunno
ma solo egro spiraglio
ma solo psiche,
da tutto questo che non è nulla
ed è tutto ciò ch'io sono …].


Giuliano Scabia, poeta, drammaturgo, romanziere, ha dedicato questo
omaggio al poeta:


“Non è vero che Andrea (Zanzotto) è morto.
Lo so di sicuro.
Mi ha strizzato l’occhio alcuni mesi fa, a casa sua –
e ci siamo messi d’accordo
(nell’occhio – che di là passa tutto)
e anche Uttino (il gatto) ha strizzato l’occhio – prima ad Andrea, poi a me.
Per questo so che Andrea (col gatto – come Petrarca)
è scappato dalla porta di dietro
e si è nascosto fra le erbe – a Ligonàs – nell’umido –
e là passeggia e coltiva visioni e paesaggi –
e se la ride.
Perché in 90 anni non ha imparato niente.
È sicuro che è là:
e so che ci sono anche Goffredo (Parise),
Mario (Rigoni-Stern), Gigi (Meneghello)
e probabilmente Comisso.
Sono là a Ligonàs ma hanno progetti di giro vagare:
a volte su in Altopiano – a casa Rigoni:
a volte a Malo – e anche a Urmalo – lungo il Leogra:
a volte a Salgareda – nella casetta di Parise:
a volte a Zero Branco – da Comisso mato.
A fare cosa?
A dirsi le novità, e qualche requiem, qualche libera nos – e anche stupidade.
E il gatto dietro.
Insomma vagano le terre di casa – e le pesteggiano.
Giorno e notte.
Non muoiono mica, gente così.
Lo so.
Prima di partire strizzano l’occhio.
Vero, Andrea Zanzotto?”.

venerdì 21 ottobre 2011

GOAL - Umberto Saba

Un goal durante una partita dicalcio. Il poeta – Umberto Saba - celebra uno dei pochi momenti di gioia pura, dice, che sia dato vedere sotto il sole. Gli uomini sono rosi e consumati ogni giorno dall’odio, dalle passioni; eppure, ritornano qualche volta fanciulli, capaci di queste lacrime, di questa ebbrezza. Tutto il componimento è immerso in un’atmosfera libera, aperta, e la resa stilistica, pur con il linguaggio piano che è proprio di Saba,
pare assumere un tono di epica quotidiana. Saba scrisse “Cinque poesie sul gioco del calcio”, e così diceva,
di questo sport: “E’ (il gioco) più popolare che ci sia oggi, ed è quello in cui si esprimono con più appassionata evidenza le passioni elementari della folla. L’atmosfera che si forma intorno a quegli undici fratelli che difendono la madre è il più delle volte così accesa da lasciare incancellabili impronte in chi ci è vissuto dentro. E questo per non parlare della bellezza visiva dello spettacolo, dei gesti necessari dei giocatori durante lo svolgimento della gara. Che dire poi di quello che succede tra il pubblico e i giocatori quando una squadra paesana riesce a segnare un goal contro una squadra superiore (la cui superiorità molte volte è dovuta a denaro) e rinnova, sotto gli occhi dei concittadini, lucenti alle lacrime, il miracolo di Davide che vince il gigante Golia?”

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l'amara luce.
Il compagno in ginocchio che l'induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla - unita ebbrezza - par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l'odio consuma e l'amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
- l'altro - è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasto sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa - egli dice - anch'io son parte.

venerdì 14 ottobre 2011

LA RUOTA - Bertolt Brecht

Quando un componimento diventa di poesia? Quando, con parole dense di significato, con immagini essenziali eppure vive, palpitanti, riesce a suggerire un mondo di emozioni, che riguardino la ricerca esistenziale, oppure semplicemente un moto passeggero dell’animo, un battito di vita: uno squarcio di esistenza,insomma. Tale è la poesia di Bertolt Brecht che proponiamo. Il poeta, in poche righe, riesce ad esprimere compiutamente il senso di fugacità, di inutilità della vita, dell’insoddisfazione che rode, costante. Tutto, in questa poesia, si accentra attorno ad un’immagine: una ruota da cambiare, che viene ad assumere quasi un valore metafisico. Il poeta osserva questa ruota, simile, con il suo muoversi e girare continuo, alla propria vita, e l’insoddisfazione dilaga: “non sono contento di dove vengo,/non sono contento di dove vado". Par quasi di vedere il poeta stanco, deluso, seduto a meditare sulla propria vita,vista e riassunta nella ruota attorno a cui si affaccenda il guidatore. Come una grande ruota mossa indipendentemente dalla sua volontà, così la vita del poeta negli anni: prima nella sua terra natale, in Germania dove ha lottato contro il nazismo, poi in esilio, in Francia, Inghilterra, America. "Non sono contento”, dice. È qualcosa di ancora diverso dal disperato senso della vita che hanno i suoi avventurieri, i suoi straccioni, la sua "corte dei miracoli". Forse, è il senso di insoddisfazione che viene quando si è creduto fermamente in qualcosa - nel suo caso, nel socialismo – e, con l'andar degli anni, ci si pone domande sul senso della lotta e della militanza. Ma ecco che, proprio all'ultimo verso, una luce, uno sprazzo di vita illumina tutto, memoria retrospettiva e realtà presente,e lo riscatta: il poeta si accorge di guardare con impazienza il cambio della ruota. Di nuovo la ruota, di nuovo questo motivo centrale, ma ora non si tratta più di un pigro e inutile movimento: il poeta è impaziente che riprenda a girare, questa ruota simbolo, che racchiude in sé sia la ruota dell'auto, sia la ruota della propria vita; è impaziente di riprendere il viaggio,è curioso di sapere dove la ruota lo porterà. Scontento e insoddisfazione sono ancora lì, ma il poeta non lascia che lo condizionino, che lo fermino: ora vuole andare.

“Mi siedo al margine della strada.
Il guidatore cambia la ruota.
Non sono contento di dove vengo,
non sono contento di dove vado.
Perché guardo il cambio della ruota
con impazienza?”

venerdì 7 ottobre 2011

-Antonio Machado

Una vita da serio professore, quella di Antonio Machado, nato nel 1875 a Siviglia, turbata dalla scomparsa della giovanissima moglie (si chiamava Leonor e il poeta l’aveva sposata appena quindicenne), e consolata dall’affetto del fratello Manuel, anch’egli scrittore, dall’amore alquanto misterioso per la poetessa Pilar de Valderrama, detta Guiomar, e illuminata da una limpida e spesso accorata vena poetica, oscillante tra romanticismo e simbolismo. Quando, nel 1936, scoppiò la guerra civile spagnola, il poeta si schierò a favore del governo repubblicano e, benché ormai anziano, lottò per i suoi ideali con grande energia. Dopo la sconfitta dell’esercito repubblicano e la caduta di Barcellona, Machado partì per l’esilio, attraversando i Pirenei a piedi per recarsi in Francia, insieme ad un gruppo di fuggiaschi tra cui sua madre, di ottantotto anni. Passata la frontiera il poeta andò ad abitare in un albergo di Collioure, dove spirò poco dopo, il 22 febbraio 1939. Grande la fortuna poetica di Machado: è stato riconosciuto come il maggior rappresentante della cosiddetta “Generazione del ‘98”. Trovò la sorgente segreta dell’equilibrio tra “il sentire del poeta e il freddo
delle cose”, in versi che spesso richiamano il ritmo delle canzoni popolari, rievocando l’antico spirito spagnolo, e filtrano una vasta cultura, con gentilezza e sensibilità:


Tu mi vedesti immergere le pure
Mani nell’acqua calma
Tese ai frutti incantati
Che sognano nel letto della fonte.
Sì, ti ricordo, sera lieta e chiara
Quasi di primavera.


Questo grande poeta seppe rimanere fedele a se stesso ed alla sua terra, e presentò, nella poesia, l’uomo con i suoi problemi, i dolori e i sentimenti. Machado fu sempre contro ogni disumanizzazione dell’arte, come anche contro ogni arido sperimentalismo. Scrisse infatti: “La poesia pura, di cui sento parlare critici e poeti, potrà esistere, ma io non la conosco”. Credeva cioè nella poesia che ignorasse giochi e cerebralismi.


Il tuo poeta
Pensa a te.
La lontananza
È di limone e violetta,
ancora verdi i campi.
Tu vieni con me, Guiomar;
c’inghiottiscono i monti.
Di querceto in querceto
Si spossa il giorno.
Divora il treno, divora
Giorno e rotaia. La ginestra
Passa nell’ombra, si snoda
L’oro del Guadarrama.
Perché una dea e il suo amante
Fuggono insieme, ansante
Li insegue la luna piena.

venerdì 30 settembre 2011

AUTUNNO - Giovanni Pascoli

Autunno, tempo di prime piogge, di clima rinfrescato, un po’ di melanconia, le foglie che cadono, il sole tramonta veloce e l’aria, la sera, è frizzante e umida. Un poeta di piccole e grandi cose e sentimenti, Giovanni Pascoli, così racconta, con il suo tono piano, lontano da fiamme e, il temporale, il tuono ed il lampo.

LA PIOGGIA
Cantava al buio d'aia in aia il gallo.
E gracidò nel bosco la cornacchia:
il sole si mostrava a finestrelle.
Il sol dorò la nebbia della macchia,
poi si nascose; e piovve a catinelle.
Poi tra il cantare delle raganelle
guizzò sui campi un raggio lungo e giallo.
Stupìano i rondinotti dell'estate
di quel sottile scendere di spille:
era un brusìo con languide sorsate
e chiazze larghe e picchi a mille a mille
poi singhiozzi, e gocciar rado di stille:
di stille d'oro in coppe di cristallo.

IL LAMPO
E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in sussulto.
Il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d'un tratto
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s'aprì e si chiuse, nella notte nera.

IL TUONO
E nella notte nera come il nulla,
a un tratto, col fragor d'arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,
e poi vanì. Soave allora un canto
s'udì di madre, e il moto di una culla

venerdì 23 settembre 2011

COME LE FOGLIE - Mimnermo di Colofone - ORA GIOCONDA - Teocrito

Le diverse età della vita, la giovinezza e l’età più adulta, poi la vecchiaia. Rammentate Lorenzo de’ Medici? “Quant'è bella giovinezza, che si fugge tuttavia!”. Un poeta greco, Mimnermo di Colofone, vissuto tra il VII ed il VI secolo avanti Cristo, scrisse questa bella poesia, “Come le foglie”:


Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell’età,
ignorando il bene e il male per
dono dei Celesti.
Ma le nere dèe ci stanno a fianco,
l’una con il segno della grave vecchiaia
e l’altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d’un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita.


Il fiore dell’età: la grande passione che i Greci esprimevano per la vita e il mondo traspare in ogni espressione della loro cultura. Come in “Ora gioconda”, di Teocrito, poeta ellenistico (tradotta da Giovanni Pascoli):


Gli alberi a noi sulla testa si tentennavano al vento
gattici e olmi; per lì sgorgava un rivolo d’acqua
sacro da un antro di ninfe, che sussurrava gemendo.
E su le branche ombrose de li alberi, rosse dal sole
tante cicale frinendo s’affaticavano, e il grillo
lungi tridìa tra gli spini ravviluppati de’ roghi.
Lodole, cardellini: s’udiva di tortore il pianto;
bionde volavano l’api per tutto intorno alle polle.
Tutto la state sentia ben carica; tutto l’autunno:
e ci cadevan le pere da’ piedi e le mele da’ fianchi,
a non finire, che via sgusciavano. Fitte di prugne,
sino a terra le rame ci s’incurvavano al peso.

venerdì 16 settembre 2011

LO SPECCHIO - Umberto Saba

Una poesia dolcissima, un quadro domestico lieve e melanconico, come è tutta la poesia di Umberto Saba, triestino. Il linguaggio è piano, semplicissimo: appena appena sollevato da terra, però quel tanto che basta a separare la poesia dalla prosa.

Guardo un piccolo specchio incorniciato
di nero,
già quasi antico, semplice e severo
a un tempo.
Una fanciulla
- nude l'esili braccia - gli è seduta
di contro.
Ed un ricordo
d'altri tempi mi viene, mentre in quello
seguo le sue movenze e come al capo
porta le braccia, e come ai suoi capelli
rende la forma dovuta. E il ricordo
narro a mia figlia, per diletto:
«Un giorno
fu che tornavo di scuola. Il maestro
ci aveva fatta ad alta voce e come
allora usava, una lettura. Immagina
un bambino che va solo in America,
solo a trovare sua madre. E la trova
sì, ma morente. Che se appena un attimo
ritardava, era morta. Io non ti dico
come a casa giungessi. E quando, vinto
dai repressi singhiozzi, apro la porta
e volo incontro a mia madre, lei vedo
al tuo specchio seduta, nello specchio
il primo suo capello bianco.
Forse
- oggi lo so - forse non era solo
amore il forsennato, il doloroso
affetto che per lei sentivo. Forse
altra cosa era in me che sì alla vista
mi feriva di quel presagio mesto.
E piansi, stretto a lei piansi sì forte,
ch'ella dovette al fin sgridarmi.
Ed ecco
tu ridi adesso, e anch'io ne rido, o quasi,
ma non quel giorno, o quelli poi».
«Non rido,
babbo di te - mi risponde -; ma tanto
s'era a quei tempi, o eri tu solo tanto
stupido?»
E getta
le braccia intorno al mio collo e mi bacia,
e dallo specchio e da me s'allontana.

venerdì 9 settembre 2011

Levità -

Levità di parole, di immagini, di sentimenti. Si ha sentore della natura libera e felice, in cui immergersi silenziosamente. Oppure, una lieve e dolce melanconia, venata appena di rimpianto. La poesia consente di dire felicità o tristezza, o quello stato d’animo che partecipa sia dell’uno che dell’altro sentimento. Gli stati d’animo prendono figura, con delicata vitalità.

Canto mattutino
Dorati uccelli dall ’acuta voce, liberi
Per il bosco solitario in cima ai rami di pino
Confusamente si lamentano; e chi comincia
Chi indugia, chi lancia il suo richiamo
verso i monti,
E l ’eco che non tace, amica dei deserti
Lo ripete dal fondo delle valli.


Non sappiamo chi sia l’autore di questo quadro, un concerto di vita, che l’eco ripete e diffonde


Fanciullezza, fanciullezza che mi lasci,
dove vai?
Non tornerò più da te, non più ritornerò
(Saffo)

Ma intrecciate corolle di aneto
Ora qualcuno mi circondi il collo,
e dolce olio profumato
mi versi sul petto
(Alceo)

venerdì 2 settembre 2011

Salvatore Quasimodo

La lirica che presentiamo oggi è una delle più famose della poesia italiana contemporanea ed esprime un motivo, un tema che assai di frequente ricorre nell’arte contemporanea: la solitudine dell’uomo moderno, per il quale non sembra possa durare a lungo la luce di grandi e perenni ideali, o beni. Da ciò, quindi, lo smarrimento, le tenebre. Ma se l’argomento è comune a parecchi poeti e narratori, quanto mai suggestiva e originale è la formulazione che ne ha dato Salvatore Quasimodo, in una poesia che è diventata paradigmatica della contemporaneità. Il poeta fu insignito del premio Nobel nel 1959, “per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi”.


Ognuno sta solo sul cuor della terra
Trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera

Quasimodo fu anche traduttore attento e fine dei lirici greci. Ecco un esempio. Sono liriche di Saffo, immensa poeta.


Come la mela dolce rosseggia sull'alto del ramo,
alta sul ramo più alto: la scordarono i coglitori.
No, certo non la scordarono:
non poterono raggiungerla […]
Come il giacinto, sui monti, i pastori
calpestano con i piedi, e a terra
il fiore purpureo [...]
Eros che fiacca le membra, di nuovo, mi abbatte
dolceamara invincibile fiera […]

venerdì 26 agosto 2011

Fernando Pessoa

Fernando Pessoa, considerato uno dei maggiori poeti di lingua portoghese, colui che, secondo il critico letterario Harold Bloom, è, accanto a Pablo Neruda, il poeta più rappresentativo del XX secolo, è conosciuto in larga parte in Italia per merito di un altro scrittore, Antonio Tabucchi, suo grande estimatore. Tabucchi ha tradotto e curato molte delle sue opere, e, anni fa, ha pubblicato con Feltrinelli un libriccino dal titolo “Il poeta è un fingitore”: una sorta di Baedeker privato per navigare nella scrittura di Pessoa, una piccola raccolta di pietre miliari dei suoi scritti, come dice lo stesso Tabucchi. Perle di scrittura, di poesia, di saggezza, trascritte via via su un taccuino e restituite a noi lettori da parte di un lettore, a sua volta, privilegiato.

“Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente”.

Se pensiamo che la parola “fingere” giunge al suo significato attraverso l’etimo suo proprio di “costruire”, ecco che il lavoro del poeta è lavoro di costruzione che porta alla finzione, di un'altra realtà o stato d’animo. I margini, il fuori centro, una dimensione altra, sono questi i luoghi del poeta.

D’altronde,
“Essere poeta non è una mia ambizione.
È la mia maniera di stare solo”.
È proprio del poeta porsi domande:
“Cosa so? Cosa cerco? Cosa sento? Cosa chiederei
se dovessi chiedere?”.


Il poeta ha come orizzonte interiore il mondo. Con totale empatia.
”Sentire tutto in tutte le maniere,
vivere tutto da tutte le parti,
essere la stessa cosa in tutti i modi possibili
allo stesso tempo”.
Domande. Attesa. Apertura. Viaggio.
Perché “grandi misteri abitano/la soglia del mio essere”.

venerdì 5 agosto 2011

Emily Dickinson.

Perché leggiamo poesia? Ecco un brano di un intervento pubblicato da una rivista on line, siglato V.V.

“Mi sono chiesta perché, nel momento dello smarrimento, ci rivolgiamo – mi rivolgo – alla poesia. Potrebbe sembrare un linguaggio privo di esperienza, perduto, inessenziale. Al contrario: la poesia parla come parla la carne quando soffre, o il cuore quando batte accelerato. Le sue parole sono ossa, che dolgono o che si distendono, il suo respiro è la notte estiva o il vento decembrino. Poesia, scendi in me, come quiete o come domanda, ma che il tuo amore non mi lasci. Mai”.


Una piccola parola traboccante
Che qualcuno, udendola, aveva investito
Di Ardore o di Lacrime,
Benché Generazioni passino,
Tradizioni maturino e decadano,
Come eloquente appare -
Se l’esigua lunghezza della vita
Sottolineasse la sua dolcezza,
Gli uomini che ogni giorno vivono
Sarebbero così immersi nella gioia
Che s’incepperebbero gli ingranaggi
Di quella roteante ragione
La cui esoterica cinghia
Protegge il nostro equilibrio
Mio Creatore – lascia ch’io sia
Innamorata totalmente di te -
Che più mi avvicini
Più ne senta il bisogno -
Il volto di lei era in un letto di capelli,
Come fiori in un’aiuola -
La mano era più bianca del sego
Che nutre il sacro lume.
La lingua più tenera della melodia
Che vibra nelle foglie -
Chi ascolta può essere incredulo,
Chi ne è testimone, crede.
Legami – potrò ancora cantare -
Scacciami – il mio mandolino
Risuonerà sincero, dentro -
Uccidimi – e la mia Anima salirà
Inneggiando in Paradiso -
Ancora tua -

Le poesie sono di Emily Dickinson.

lunedì 25 luglio 2011

George Gray

Torniamo al grande poeta statunitense Edgar Lee Masters, autore di quella “Antologia di Spoon River” in cui il poeta scrisse una serie di splendide liriche, immaginando che fossero iscrizioni funebri scolpite sulle tombe del piccolo cimitero di un villaggio: Spoon River, appunto. La poesia di oggi è l’epitaffio dettato da George Gray. Difendersi dalle angosce della vita non è possibile: chi cerca di isolarsi e di chiudersi in un proprio mondo segreto perde la possibilità del contatto con gli altri e quindi con la vita stessa. Il dolore suscita certo una paura spontanea, quando non il terrore di rischiare troppo, ma non per questo ci si deve rifiutare di fronte a quelle che sono le esperienze fondamentali della vita. Cercare un senso all’esperienza può portare alla follia, dice il poeta, ma un uomo che non cerchi un senso alla propria vita è un’assurdità, un controsenso. La vita deve essere vissuta fino in fondo, sfidando, quasi, i rischi e i pericoli che essa comporta.

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà, non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l'amore mi si offrì e io mi ritrassi
dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l'ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto, avevo fame di un
significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell'inquietudine e del vano desiderio –
è una barca che anela al mare eppure lo teme.

venerdì 22 luglio 2011

ULISSE - Umberto Saba

“Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l ’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l ’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore”.

La poesia è “Ulisse”, di Umberto Saba, grande poeta triestino. Ulisse, non è superfluo dirlo, è il poeta stesso che tanto ha amato, percorso e conosciuto il mare, e infine, vecchio, ne rievoca la bellezza e ne rimpiange la solitudine, desideroso com’è ancora di conoscere, di meditare nel silenzio, di andare sospinto dalla sua visone appassionata e dolorosa della vita. La poesia, suggestiva anche nel suo significato più evidente e letterale, può essere letta anche nel suo significato simbolico: attraverso le immagini della navigazione, degli scogli, del porto, essa ci appare una meditazione sulla vita umana, ansiosa di infinito.

venerdì 15 luglio 2011

CHI SEI TU? - Anonimo

“Il mondo ignora la poesia, ma la poesia sopravvive”: lo scriveva Luigi Baldacci, nel 1972. La sua debolezza, ma anche la sua forza, risiedono nel fatto che la poesia richiede un rapporto corpo a corpo con chi legge: pretende attenzione, vuole spazio, parla al desiderio ed alla meditazione. A volte richiede il silenzio, sempre, l’attenzione dei sensi e del cuore. Secondo Valerio Magrelli, “la poesia è un sollevamento pesi per l’occhio”. Un occhio mai statico, quello che legge poesia: un occhio in rapporto con la ragione ed il sentimento. “Intelletto d’amore”, diceva Dante Alighieri, poeta sommo. Giuoco, anche. Con la poesia si può giocare, rotolare le parole, accoppiarle e separarle, sminuzzarle e incolonnarle e incrociarle. Come un mazzo di carte, tirarle su un piano e scompaginarle e poi riunirle. Come ha fatto l’Anonimo di questa poesia. Perché con la poesia, e con l’amore, “farei parlando innamorar la gente”.

Chi sei, che venisti, coi tuoi passi, da me
nella notte?
Chi sei tu, che solitario frulli, nel mio desiderio?
Abita nella mia selvaggia pace la febbre come
dentro le paludi.
Mia labile strada, sei tu che trascorri o son io?
Che importa? Io so chi sei… chi eri.
Tu sei colui che uccide e che poi muore.
Vedessi, luce piena della luna, per l'ultima volta
la mia pena ... Insomma, tu chi sei?
Uomo che vegli nella stanza illuminata,
chi ti fa vegliare? dolore antico o giovane?
E non hai pietra ove posar la testa.
Il corpo mio d'amore è spento
Il corpo mio d'amore è luce
Lingua di melarancia rosa e cielo, tra labbra accese
d'albe e di tramonti del mio corpo segreto.
Non mi lasciano timore e spavento di veder
tosto a noi rubato
Amor che a nullo amato amar perdona
Chi sei, che venisti, coi lievi tuoi passi,
da me nella notte?


venerdì 8 luglio 2011

Veglia - Giuseppe Ungaretti

Per commentare la poesia di Giuseppe Ungaretti che pubblichiamo oggi, abbiamo scelto parole d’eccezione,
del Mahatma Gandhi. La poesia fa parte della raccolta “L’Allegria”. Scrisse Ungaretti: “Nella mia poesia non c’è traccia d’odio per il nemico, né per nessuno; c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione […] Viviamo nella contraddizione. Posso essere un rivoltoso, ma non amo la guerra. Sono anzi un uomo della pace. Non l’amavo neanche allora, ma pareva che la guerra s’imponesse per eliminare la guerra. Erano bubbole, ma gli uomini a volte si illudono e si mettono dietro alle bubbole”. Ma ascoltiamo Gandhi: “Mi oppongo alla violenza perché, quando sembra che faccia del bene, questo bene è soltanto temporaneo, mentre il male che fa è durevole”. Gandhi combatté a lungo per l’indipendenza dell’India, sottoposta alla dominazione inglese,eppure scriveva: […] Non credo che neppure l’uccisione di tutti gli Inglesi possa fare il minimo bene all’India”, poiché “attraverso l’attuazione della libertà dell’India spero di attivare e sviluppare la missione della fratellanza degli uomini. Il mio patriottismo non è esclusivo”. E ancora: “La non – violenza è la legge degli uomini, la violenza è la legge dei bruti”. Leggiamo ora Ungaretti, in una delle poesie più significative della tragedia della guerra:


VEGLIA
Cima Quattro
il 23 dicembre 1915
Un’intera nottata
Buttato vicino
A un compagno
Massacrato
Con la bocca
Digrignata
Volta al plenilunio
Con la congestione
Delle sue mani
Penetrata
Nel mio silenzio
Ho scritto
Lettere piene d’amore
Non sono mai stato
Tanto
Attaccato alla vita.

venerdì 1 luglio 2011

Saffo - Alceo

Fanciullezza, fanciullezza che mi lasci
dove vai?
Non tornerò più da te, non più ritornerò.


Saffo, vissuta in Grecia tra il VII ed il VI secolo avanti Cristo, fu poeta grande e raffinata. Di lei si hanno poche notizie: ebbe una figlia, a cui dedicò versi bellissimi; cantò l’amore e la giovinezza. Essendo di famiglia aristocratica, godeva di maggiore libertà rispetto a quella concessa alle donne del tempo; nonostante questo, la sua poetica e la sua riflessione sono giocate sul registro dell’interiorità, dell’introspezione. Saffo ascolta la voce del cuore, cerca l’intelligenza d’amore, con versi sublimi:


C'è chi dice sia un esercito di cavalieri,
c'è chi dice sia un esercito di fanti,
c'è chi dice sia una flotta di navi, la cosa più bella
sulla nera terra, io invece dico
che è ciò che si ama.

“Dolce-ridente Saffo coronata di viole”, dice di lei Alceo, altro grande poeta suo contemporaneo e conterraneo.

Ma intrecciate corolle di aneto
ora qualcuno mi circondi il collo,
e dolce olio profumato
mi versi sul petto.


L’aneto, con i suoi fiori gialli, pianta mediterranea, era adoperata per formare ghirlande. È un frammento, ma si può notare la levità del discorso, in cui uno stato d’animo prende figura, con delicata vitalità. È estate: e Alceo ce la racconta così:


[…] Acuta tra le foglie degli alberi
la dolce cicala di sotto le ali
fitto vibra il suo canto, quando
il sole a picco sgretola la terra.
Solo il cardo è in fiore […].

venerdì 24 giugno 2011

ANONIMO

DOMENICA
Come odio la domenica
Migrante dei desideri
Pigra mentre scorre veloce
Odio la domenica per il suo tempo sospeso
La rimpiango mentre si fa lunedì


La poesia è linguaggio mai banale, assorta contemplazione, sguardo rivolto a se stessi, ma anche al mondo. Può quindi farsi riflessione dolente e meditabonda, esprimere un grido, o un’estasi, o anche un’invettiva. La poesia esce da mille ruscelli dell’anima e dalla vita quotidiana; la si trova su un ritaglio di giornale, su libri preziosi o, magari, su una pagina web. Le poesie che pubblichiamo oggi sono di Anonimo. Colpiscono le immagini utilizzate e la capacità di evocare sentimenti e desideri. Un senso nascosto delle cose, quieto, sensuale

TI AMO
Ti amo come luce sottile si infiltra al mattino
con lamelle dorate
e avvolge di me di te
ciò che il mondo suggerisce

IO E TU
Io sono scrigno e tu ladro,
sono acqua e tu corallo.

VORREI CHE TU SAPESSI
Vorrei che tu sapessi 
Il mio desiderio incorrotto
La mia fede ridestata 
Come schegge di corteccia 
Nel sole giovane che adesso adombra  
Collina, campo e sentiero   
Amore adesso abiti  
memoria e presente

venerdì 17 giugno 2011

Wolfgang Goethe

Che cosa sono, a che cosa servono, le poesie? si chiedono taluni, con una punta di disprezzo verso tutto ciò che non è “pratico”, che non “serve”. In questa sorta di parabola in versi, un grande poeta, Wolfgang Goethe, paragona le poesie alle vetrate di una chiesa. Perché possano risplendere alla luce del sole, e mostrare, così, le loro belle immagini, occorre che il passante entri nella chiesa e non si accontenti di una impressione esterna e fuggevole. la morale? La poesia dice poco o nulla al distratto e al presuntuoso, ma dice tutto a chi la sa interrogare con amore e con pazienza. Commenta Benedetto Croce, traduttore d’eccezione della poesia :
“Arma l’uomo di coraggio per le battaglie della vita”.


Son simili a finestre istoriate
le Poesie: finestre che, guardate
da la piazza a la chiesa, apron sui muri
una fila di buchi nudi e scuri.
E le guarda così la buona gente,
e dice poi che non ci vede niente.
Ma su, una volta alfine, penetrate
per la porta nel tempio, e là guardate!
Ecco, figure e scene, e cielo e mare,
tutto nei vetri luminoso appare.
Creature di Dio, semplici e liete,
gli occhi allegrate e l ’anima pascete!

venerdì 10 giugno 2011

PERCHÉ TI AMO- Hermann Hesse - T’AMO - Pablo Neruda

Ha scritto Josephine Hart, autrice de «Il danno», libro che ebbe un successo straordinario legato anche alla trasposizione cinematografica diretta da Louis Malle e interpretata da Jeremy Irons e Juliette Binoche: «La poesia, questa trinità di suono, senso e sentimento, è capace di dare voce all'esperienza ben al di là di qualsiasi altra forma letteraria». Pensiamo all’amore, e a quanto sia sottile la linea di confine tra parole di maniera ed espressione poetica. Pensiamo al dolore, e a come la poesia possa donare conforto ed aprire spazi di luce. Infatti, proseguiva Hart, i versi dei grandi poeti le avevano fornito, da ragazza, «una mappa con cui affrontare le strade della vita». Oggi leggeremo parole poetiche d’amore, con una particolarità: sono tutte scritte da uomini.

PERCHÉ TI AMO- Hermann Hesse
Perché ti amo, di notte son venuto da te
così impetuoso e titubante
e tu non me potrai più dimenticare
l'anima tua son venuto a rubare.
Ora lei e' mia - del tutto mi appartiene
nel male e nel bene,
dal mio impetuoso e ardito amare
nessun angelo ti potrà salvare.


T’AMO - Pablo Neruda
Non t'amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t'amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l'ombra e l'anima.
T'amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.
T'amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t'amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

venerdì 3 giugno 2011

CAMBIA DITTA Giovanni Giudici

Difficile parlare di un poeta come Giovanni Giudici, recentemente scomparso, in poche righe. Giornalismo, poesia e traduzioni: di Ezra Pound, Robert Frost, Sylvia Plath e Aleksàndr Puskin. Giudici non aderì mai ad un certo ermetismo novecentesco: al contrario, la sua poesia è descrittiva, la sua lingua è piana, entrambe coniugate con la capacità di aderire alla realtà concreta, personale e sociale. Diceva di sé: “un ligure diseducato a Roma e poi redento a Milano". E’ fondamentale, nella sua vita, l’incontro con Adriano Olivetti e con il suo progetto imprenditoriale, umano e culturale di fabbrica e di comunità: dapprima a Ivrea, dove lavora nella biblioteca dell’azienda e al settimanale «Comunitá di fabbrica», poi a Torino, per partecipare a "La via del Piemonte", diretto da Geno Pampaloni, infine a Milano, dove entra nella Direzione Pubblicità e Stampa della Olivetti. Ricorda Furio Colombo: “Forse non è mai esistita la piccola stanza al settimo piano, con due scrivanie accostate e due poeti al lavoro. Era l’ufficio Pubblicità, lo si vedeva dalle bozze di manifesti sui muri. E i due poeti al lavoro erano Franco Fortini e Giovanni Giudici”. Che scriveva, dice sempre Colombo, con “uno sgorgare semplice di parole che sembravano frutto della natura. Ma solo dopo ti rendevi conto che la sua poesia era una casa, con un fuori semplice e un dentro dove abitavano nostalgia e dolore”. La dimensione del lavoro, quindi, come elemento importante della poetica di Giudici. Leggiamo:

CAMBIA DITTA

Non puoi cambiarti, ma almeno cambia ditta,
Il posto di lavoro è più che una metà
(Inutilmente resisti) della tua anima:
E quante cose per te cambieranno!
Avranno altri volti e strade le tue mattine,
T’illuderai quasi di aver cambiato città,
Di avere davanti una vita. Un nuovo gergo
Imparerai nelle file dei nuovi conservi:
Ti ci vorranno due mesi per scoprirlo banale.
E poi nuovi padroni, nuove regioni dei tuoi nervi
In evidenza agli uffici del personale,
Nuovi prodotti e una nuova misura
Di quel che è bene e male - ed infine te stesso
Di cui tutti diranno che sei nuovo.
Annuncerai ai lontani la tua novità:
«Questa mia è per dirti che adesso mi trovo…».
Giovanni Giudici


Ancora Colombo: “Quando Adriano Olivetti, come premio per il suo lavoro, lo nominò dirigente, Giovanni Giudici disse: ‘No grazie, io sono un impiegato’. Era Italia, poco fa”.