venerdì 30 settembre 2011

AUTUNNO - Giovanni Pascoli

Autunno, tempo di prime piogge, di clima rinfrescato, un po’ di melanconia, le foglie che cadono, il sole tramonta veloce e l’aria, la sera, è frizzante e umida. Un poeta di piccole e grandi cose e sentimenti, Giovanni Pascoli, così racconta, con il suo tono piano, lontano da fiamme e, il temporale, il tuono ed il lampo.

LA PIOGGIA
Cantava al buio d'aia in aia il gallo.
E gracidò nel bosco la cornacchia:
il sole si mostrava a finestrelle.
Il sol dorò la nebbia della macchia,
poi si nascose; e piovve a catinelle.
Poi tra il cantare delle raganelle
guizzò sui campi un raggio lungo e giallo.
Stupìano i rondinotti dell'estate
di quel sottile scendere di spille:
era un brusìo con languide sorsate
e chiazze larghe e picchi a mille a mille
poi singhiozzi, e gocciar rado di stille:
di stille d'oro in coppe di cristallo.

IL LAMPO
E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in sussulto.
Il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d'un tratto
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s'aprì e si chiuse, nella notte nera.

IL TUONO
E nella notte nera come il nulla,
a un tratto, col fragor d'arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,
e poi vanì. Soave allora un canto
s'udì di madre, e il moto di una culla

venerdì 23 settembre 2011

COME LE FOGLIE - Mimnermo di Colofone - ORA GIOCONDA - Teocrito

Le diverse età della vita, la giovinezza e l’età più adulta, poi la vecchiaia. Rammentate Lorenzo de’ Medici? “Quant'è bella giovinezza, che si fugge tuttavia!”. Un poeta greco, Mimnermo di Colofone, vissuto tra il VII ed il VI secolo avanti Cristo, scrisse questa bella poesia, “Come le foglie”:


Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell’età,
ignorando il bene e il male per
dono dei Celesti.
Ma le nere dèe ci stanno a fianco,
l’una con il segno della grave vecchiaia
e l’altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d’un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita.


Il fiore dell’età: la grande passione che i Greci esprimevano per la vita e il mondo traspare in ogni espressione della loro cultura. Come in “Ora gioconda”, di Teocrito, poeta ellenistico (tradotta da Giovanni Pascoli):


Gli alberi a noi sulla testa si tentennavano al vento
gattici e olmi; per lì sgorgava un rivolo d’acqua
sacro da un antro di ninfe, che sussurrava gemendo.
E su le branche ombrose de li alberi, rosse dal sole
tante cicale frinendo s’affaticavano, e il grillo
lungi tridìa tra gli spini ravviluppati de’ roghi.
Lodole, cardellini: s’udiva di tortore il pianto;
bionde volavano l’api per tutto intorno alle polle.
Tutto la state sentia ben carica; tutto l’autunno:
e ci cadevan le pere da’ piedi e le mele da’ fianchi,
a non finire, che via sgusciavano. Fitte di prugne,
sino a terra le rame ci s’incurvavano al peso.

venerdì 16 settembre 2011

LO SPECCHIO - Umberto Saba

Una poesia dolcissima, un quadro domestico lieve e melanconico, come è tutta la poesia di Umberto Saba, triestino. Il linguaggio è piano, semplicissimo: appena appena sollevato da terra, però quel tanto che basta a separare la poesia dalla prosa.

Guardo un piccolo specchio incorniciato
di nero,
già quasi antico, semplice e severo
a un tempo.
Una fanciulla
- nude l'esili braccia - gli è seduta
di contro.
Ed un ricordo
d'altri tempi mi viene, mentre in quello
seguo le sue movenze e come al capo
porta le braccia, e come ai suoi capelli
rende la forma dovuta. E il ricordo
narro a mia figlia, per diletto:
«Un giorno
fu che tornavo di scuola. Il maestro
ci aveva fatta ad alta voce e come
allora usava, una lettura. Immagina
un bambino che va solo in America,
solo a trovare sua madre. E la trova
sì, ma morente. Che se appena un attimo
ritardava, era morta. Io non ti dico
come a casa giungessi. E quando, vinto
dai repressi singhiozzi, apro la porta
e volo incontro a mia madre, lei vedo
al tuo specchio seduta, nello specchio
il primo suo capello bianco.
Forse
- oggi lo so - forse non era solo
amore il forsennato, il doloroso
affetto che per lei sentivo. Forse
altra cosa era in me che sì alla vista
mi feriva di quel presagio mesto.
E piansi, stretto a lei piansi sì forte,
ch'ella dovette al fin sgridarmi.
Ed ecco
tu ridi adesso, e anch'io ne rido, o quasi,
ma non quel giorno, o quelli poi».
«Non rido,
babbo di te - mi risponde -; ma tanto
s'era a quei tempi, o eri tu solo tanto
stupido?»
E getta
le braccia intorno al mio collo e mi bacia,
e dallo specchio e da me s'allontana.

venerdì 9 settembre 2011

Levità -

Levità di parole, di immagini, di sentimenti. Si ha sentore della natura libera e felice, in cui immergersi silenziosamente. Oppure, una lieve e dolce melanconia, venata appena di rimpianto. La poesia consente di dire felicità o tristezza, o quello stato d’animo che partecipa sia dell’uno che dell’altro sentimento. Gli stati d’animo prendono figura, con delicata vitalità.

Canto mattutino
Dorati uccelli dall ’acuta voce, liberi
Per il bosco solitario in cima ai rami di pino
Confusamente si lamentano; e chi comincia
Chi indugia, chi lancia il suo richiamo
verso i monti,
E l ’eco che non tace, amica dei deserti
Lo ripete dal fondo delle valli.


Non sappiamo chi sia l’autore di questo quadro, un concerto di vita, che l’eco ripete e diffonde


Fanciullezza, fanciullezza che mi lasci,
dove vai?
Non tornerò più da te, non più ritornerò
(Saffo)

Ma intrecciate corolle di aneto
Ora qualcuno mi circondi il collo,
e dolce olio profumato
mi versi sul petto
(Alceo)

venerdì 2 settembre 2011

Salvatore Quasimodo

La lirica che presentiamo oggi è una delle più famose della poesia italiana contemporanea ed esprime un motivo, un tema che assai di frequente ricorre nell’arte contemporanea: la solitudine dell’uomo moderno, per il quale non sembra possa durare a lungo la luce di grandi e perenni ideali, o beni. Da ciò, quindi, lo smarrimento, le tenebre. Ma se l’argomento è comune a parecchi poeti e narratori, quanto mai suggestiva e originale è la formulazione che ne ha dato Salvatore Quasimodo, in una poesia che è diventata paradigmatica della contemporaneità. Il poeta fu insignito del premio Nobel nel 1959, “per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi”.


Ognuno sta solo sul cuor della terra
Trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera

Quasimodo fu anche traduttore attento e fine dei lirici greci. Ecco un esempio. Sono liriche di Saffo, immensa poeta.


Come la mela dolce rosseggia sull'alto del ramo,
alta sul ramo più alto: la scordarono i coglitori.
No, certo non la scordarono:
non poterono raggiungerla […]
Come il giacinto, sui monti, i pastori
calpestano con i piedi, e a terra
il fiore purpureo [...]
Eros che fiacca le membra, di nuovo, mi abbatte
dolceamara invincibile fiera […]